Cosa significa parlare di disabilità dentro la comunità cristiana? E soprattutto: quale sguardo utilizziamo quando lo facciamo?
Sono le domande al centro dell’incontro in programma Giovedì 14 Maggio 2026 alle 20.30 a Villa Casati Stampa (Cinisello Balsamo), organizzato nell’ambito della manifestazione Primavera in Villa. Un’occasione di confronto che intreccia riflessione teologica ed esperienza concreta, per mettere in discussione rappresentazioni e significati spesso dati per scontati.
L’obiettivo non è offrire risposte definitive, ma aprire uno spazio di dialogo sul rapporto tra fede e disabilità, sul ruolo delle comunità e sulla possibilità di costruire contesti realmente accoglienti.
DUE LIBRI, UN PUNTO DI PARTENZA
Elemento centrale della serata è la presentazione di due volumi che, da prospettive diverse, affrontano il tema e diventano occasione per avviare il confronto.
A moderare l’incontro sarà Don Mauro Santoro, coordinatore della Consulta diocesana dedicata a questo tema.
A sua immagine? Figli di Dio con disabilità
(a cura di Alberto Fontana e Giovanni Merlo)
Presenta Giovanni Merlo
Il libro esplora il rapporto tra fede, teologia e disabilità, promuovendo una cultura dell’inclusione che riconosce la dignità intrinseca di ogni persona, in quanto tale e - in prospettiva religiosa - in quanto figlio o figlia di Dio.
A partire dal contributo del teologo gesuita Justin Glyn (“US” NOT “THEM”), il volume ripercorre alcune delle principali interpretazioni teologiche della disabilità nel tempo: punizione per il peccato originale o strumento di redenzione?
Un dualismo che non riguarda solo la teologia, ma attraversa anche la cultura e la società, contribuendo a costruire — spesso in modo implicito — una separazione tra “noi” e “loro”.
Il libro non offre risposte semplici, ma apre domande profonde: la disabilità è parte dell’esperienza umana condivisa? O continua a essere collocata ai margini, come eccezione?
La disabilità non è una vocazione
(di Simone Stifani e Luciano Manicardi)
Presenta Simone Stifani
Un volume che mette in discussione alcune narrazioni ancora diffuse sul rapporto tra fede e disabilità.
A partire dal proprio vissuto, Simone Stifani offre chiavi di lettura che interrogano il modo in cui la disabilità viene compresa da chi non la vive, mettendo in discussione un immaginario costruito intorno a ciò che è considerato “normale” e, di conseguenza, anche il modo in cui vengono pensati Dio, la Chiesa e l’essere umano.
Il libro affronta anche il tema della sofferenza e del suo significato, interrogando criticamente una certa retorica che tende ad attribuirle un valore salvifico, e che può risultare, nei fatti, distante dall’esperienza concreta delle persone con disabilità.
Accanto a questa prospettiva, il contributo del biblista Luciano Manicardi richiama un punto essenziale: la disabilità non è un’eccezione, ma una possibilità dell’umano.
Una possibilità indesiderata, ma reale.
La vulnerabilità, in questa prospettiva, non è un limite da rimuovere, ma una dimensione costitutiva dell’esperienza umana, che anche i Vangeli attraversano.
L’IMPORTANZA DELL’ESPERIENZA
A chiudere l’incontro sarà l’intervento di Giovanni Pirollo, Consulente alla pari del Centro per la Vita Indipendente Nord Milano.
Un contributo che introduce un elemento fondamentale: lo sguardo di chi vive direttamente le dinamiche di cui si parla.
La consulenza alla pari non è solo una pratica di supporto, ma uno strumento che riconosce l’esperienza vissuta come forma di conoscenza.
Uno sguardo che non è esterno o interpretativo, ma interno, concreto, radicato nella quotidianità.
In questo senso, il suo intervento rappresenta un passaggio essenziale: riporta la riflessione dal piano teorico a quello reale, mettendo in relazione le idee con le esperienze.
CAMBIARE SGUARDO
Parlare di fede e disabilità significa, in ultima analisi, interrogarsi sul modo in cui costruiamo significati. Significa chiedersi quali immagini, quali parole e quali interpretazioni guidano il nostro modo di vedere le persone e le loro vite.
Cambiare sguardo non è un passaggio immediato. Ma è un passaggio necessario.
Perché da questo sguardo dipende anche la possibilità di costruire comunità più consapevoli, capaci di riconoscere la complessità delle esperienze e di lasciare spazio a modi diversi di stare nel mondo.